La mia lampada-zucca fatta di gioielli bambini.


Intervista a PATRICIA URQUIOLA


Repubblica — 26 marzo 2006   pagina 48   sezione: DOMENICALE

Ho conosciuto la plastica a Milano. Venivo da Madrid, studiavo da architetto, in Spagna non c’era quel gusto e quella cultura del disegno che ho trovato in Italia. Il mio incontro con la plastica non è avvenuto nelle università, nelle scuole o negli studi, almeno non subito. Ma a cena a casa di amici. C’era qualche invitato in più? Ecco che saltava fuori la Plia, la pieghevole ideata da Piretti per Castelli. Ce l’avevano tutti, era un oggetto familiare e insieme di culto. Un’invenzione geniale: una sedia che non ingombra perché non c’è, appare solo quando serve, e quando è lì non prende spazio anzi lo decora con la sua trasparenza e intelligenza. Succedeva vent’anni fa. Rimasi a Milano per finire gli studi con Castiglioni. Da allora ho cominciato le mie ricerche con la plastica: la sedia Flower per De Padova con Magistretti, per Kartell con Lissoni la libreria One, la Fjord per Moroso. La plastica ti pone di fronte ai suoi “difetti”, ti costringe ad avere a che fare con le imperfezioni del suo fluire. Si tratta di gestirli, giocarci, trasformarli in decoro. è un materiale naturale e insieme tecnologico, che puoi e devi usare riempiendolo delle tue esperienze, delle tue memorie, dei tuoi sogni. Nel tavolino-vassoio Usame per Kartell, tutto trasparente, ho eliminato le nervature, aggiunto decoro direttamente nello stampo. è venuto fuori un oggetto silente e dolce, un attrezzo utile che si può trasportare nei vari ambienti della casa, in salotto come in camera da letto, per bicchieri, bottiglie, libri. Dice «usami», e mentre lo fa non perde la sua gentilezza, i fiori di jinko inseriti fanno ombre e riflessi, sono visibili in tridimensionale dandogli un aspetto di sospensione. Un po’ art decò. E tutto questo con costi ridotti, perché questa è l’ altra forza che ha la plastica, una virtù non ancora esplorata del tutto: è malleabile ai progetti creativi, economica, riproducibile e non per questo meno importante. Lo scorso anno con il tavolino T-table, sempre per Kartell, questo mi è stato ancora più chiaro. Il desiderio era quello di una ricerca sul possibile legame tra naturale e artificiale e degli effetti che la loro “amicizia” avrebbe potuto produrre. Era un periodo in cui leggevo cose sul transgenico e sugli innesti. Mi sono detta: perché non pensare a un oggetto che richiami un elemento come il fossile, un tavolo transgenico dove la plastica traduca un resto di erbacce. Ho lavorato sulla superficie per ottenere nuovi effetti visivi e tattili. Sul piano del T-table si alternano pieni e vuoti che disegnano una specie di ricamo. C’ è chi lavora sul barocco, sulla memoria storica riproposta in chiave ironica. Io preferisco giocare su una naturalità che sia ricca di segni: la plastica, che è un campo ancora tutto da indagare, secondo me ha tutte le potenzialità per produrre ancora scoperte. Gli stampi stessi sono opere d’ arte, gli oggetti che si producono a volte sono complessi per ricerca e gusto, ma a prezzi abbordabili. Io lavoro con l’industria, ne devo tenere conto. E mi piace che sia così, perché il design è un pensiero delle cose per tutti. è anche un’ ispirazione semplice, privata, frutto di una passeggiata. Ero a Bruxelles, fui colpita da uno di quei braccialetti fatti di perline con l’ elastico, di quelli che usano le bambine. Lo portai insieme alla mia amica Eliana Gerotto da Foscarini. Dicemmo: vogliamo fare una lampada così. Accettarono, nacque Caboche, una specie di zucca fatta con un centinaio di sfere stampate in polimetilmetacrilato trasparente che si montano su fascette a loro volta stampate circolari. Ognuno può costruirla da sé come fosse un braccialetto. Fa una luce bellissima. Ed è plastica. Caboche è al femminile. Gioiello di plastica. In futuro ce ne saranno sempre di più, e avranno di che imparare anche dal riciclaggio e dal riuso. O così spero. L’ autrice è architetto e designer – PATRICIA URQUIOLA

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